lunedì 8 agosto 2022
28.12.2012 - Giuseppe Picchianti

Ore, minuti e secondi. Cosa ci resta del nostro tempo?

Mancano ormai pochi giorni alla fine del 2012. E’ il tempo degli auguri, delle promesse e delle speranze, ma è anche il momento in cui, ognuno di noi, compie, in un indeterminabile istante, un flashback, un salto indietro, vagliando tutte le attività, le idee, le attese e le promesse, quelle mantenute e quelle perse e ancora ciò che ci eravamo prefissati ma che non abbiamo potuto o voluto raggiungere.

Non è facile fare un bilancio di tutto quello che è avvenuto nel corso del 2012, soprattutto se bisogna concentrarlo nelle righe di un articolo di giornale. Parto dal presupposto che il 2012, così come il 2011, il 2010, 2009 e così via, nascono nell’attimo in cui la lancetta - secondi dell’orologio fa scattare quella dei minuti. La forza del secondo, dal corpo fine e lineare, quasi trasparente, che si sprigiona dal quadrante è impressionante, riesce a creare come un eco, che frantuma il vetro dell’orologio, si espande nell’aria, crea un onda dalle dimensioni impressionanti e si frantuma in quell’atmosfera tutta particolare, che esiste tra le 23.59 e le 00.00 di ogni 31-12, per cancellare tutto o quasi, quello che ciascuno di noi ha creato nel corso di un anno. In quell’istante sembra alienarsi tutto quanto, il caos e l’indeterminato regnano sovrani, mentre gli uomini fanno saltare in aria tappi e bouchons di spumanti e champagne. Per quell’istante tutto ciò che abbiamo messo al mondo, tutto quello che abbiamo generato, abbattuto, sospeso o dimenticato, si perde ancora di più nel maggiore e più profondo oblio. Di tutto un anno, delle sue 8760 ore e dei 525600 minuti, non resta nessuna traccia. Cala la nebbia, che ingoia ogni pensiero e azione. Eppure, se tutto ciò avviene, è proprio grazie al tempo. Personalmente non nascondo il fatto di non provare alcuna emozione di felicità o tristezza quando la notte di Capodanno giunge alla vetta e nel suo cielo le nuvole fanno posto alla Luna, immagine di un tappo di spumante partito un giorno da questa terra e che più non è tornato, mentre i festeggianti, qui, ancora aspettano il suo ritorno per dare avvio alla felicità. “Mi urta i nervi la Mezzanotte. Per convenzione è diventata più desiderata, che so, delle undici. E poi non mi piace aspettare l’arrivo di un’ora. Non è un treno e non ho nessuno da aspettare, tantomeno i minuti di un orario. Mezzanotte non è cima di niente, non è una vetta da dove si vedono le stelle più vicine. Io poi la salto tutti i giorni a occhi chiusi”, scrive Erri De Luca nel suo ultimo libro “ La doppia vita dei numeri”.

Che sia il classico botto, quando si stappa la bottiglia o le lancette di un orologio, penso che non facciamo altro che festeggiare, ogni 31 dicembre, non un’occasione, ma l’occasione, quella, per eccellenza, che simboleggia la migliore trovata dell’uomo: il tempo, la sua linearità, il punto di partenza dal quale iniziare a contare. Ma cosa? Certo, la risposta non è difficile: i secondi, i minuti, le ore, i giorni, i mesi, le stagioni e gli anni. Ma in base a quali parametri, occupiamo la nostra mente nei calcoli? In base al ticchettio di un orologio, in base a quante foglie cadono da un albero, per capire a che punto sia l’autunno o in base alla temperatura?

Per Aristotele il tempo era l’immagine mobile dell’eternità. John E. Mc Taggart, filosofo idealista, riteneva che il tempo e il suo prodotto principale, il cambiamento, fossero solo semplici illusioni. Chi abbraccia invece i nuovi modi di percepire tempo, soggetto ed oggetto, proposti dal filosofo di Konisberg, non avrà alcun timore di dire che il tempo, se considerato il soggetto e non l’oggetto nell’indagine filosofica, è una forma a priori della sensibilità: all’essere umano non è data la capacità di percepire il mondo reale, formato da quell’insieme di cose e oggetti che hanno una loro pura essenza, una propria natura.

Mi ha sempre affascinato la teoria fisica del Tempo di Planck, secondo cui: “Il tempo di Planck è il tempo che impiega un fotone che viaggia alla velocità della luce per percorrere una distanza pari alla lunghezza di Planck”. Non è nelle mie facoltà poter spiegare questa teoria, ma essa mi basta per tentare di immaginare un fotone (quindi la sua forma e il suo, ipotetico, corpo), che viaggia alla velocità della luce per percorrere una determinata distanza. Un’immagine davvero straordinaria.

Fisica, matematica e filosofia si interrogano sul tempo, sul suo aspetto e sulla sua velocità (tante volte mi capita di domandarmi se il tempo possegga davvero una propria velocità e che coefficiente possa questa avere), ma personalmente ritengo che la cosa più importante è quello che compiamo noi all’interno del nostro tempo, di quali tracce lasceremo a chi verrà dopo di noi. Il tempo, penso, è l’unica essenza a non essere soggetta al controllo, a qualsivoglia tipo di giustizia. Il tempo offre all’uomo solo la possibilità dell’istante, nel quale agire e comportarsi in un determinato modo, affinché, in primis, non offenda la possibilità dell’istante che il tempo stesso concede a chi ci sta intorno.

Molte volte “il tempo vola” e si trascina con se cose e persone, che vorremmo davvero non ci abbandonassero mai (“Muor giovane colui ch’al ciel è caro”, parafrasando un celebre verso di Menandro), altre, invece, nelle quali “il tempo sembra non finire mai” e tutto ci appare immobile, a partire dallo stesso tempo, l’emblema della dinamicità, che combatte contro la staticità dell’apparire. All’essere umano, probabilmente, tocca allora vivere nel giusto compromesso, in quel punto medio tra “vola” e “non finisce mai”, nonostante siano sempre più, le volte in cui “fugge questo reo tempo, e van con lui le torme” e sempre meno quelle in cui “cogliamo l’attimo”.

 


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