lunedì 8 agosto 2022
19.07.2012 - Giuseppe Picchianti

Quel Diciannove Luglio Millenovecentonovantadue…

“Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”. Paolo Borsellino.

16.58 del 19/07/1992. Il cancro sovrasta, vince per l’ennesima volta, su un corpo già martoriato, inerme e debilitato per le tante sfide che dovette affrontare nei mesi e negli anni prima. 57 giorni prima, autostrada Palermo – Capaci, un sordo boato, la mafia vince ancora.

“E io, dov’ero?”, questa è la domanda che tutti ci poniamo quando cerchiamo di ricordare quei giorni in cui l’Italia, gelata dal primo sole estivo e impietrita dalla fredda lucidità di quei personaggi, che decretarono la morte di due magistrati, conosceva gli attentati contro la verità. C’è chi era in spiaggia, c’è chi lavorava, c’è chi invece aspettava quella tremenda notizia per brindare.

Vent’anni addietro, moriva per mano della mafia, già sporca di tanto sangue, versato 57 giorni prima con l’attentato a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta, Paolo Borsellino. Dopo la tremenda esplosione che creò una voragine sull’autostrada siciliana vicino Capaci, Paolo Borsellino tentò di continuare il proprio lavoro, cercando di portare a termine anche quello che il collega e l’amico Falcone stava facendo, scoperchiare la cupola mafiosa siciliana e soprattutto i collegamenti, più conosciuti come “trattativa Stato – Mafia”.

Paolo Borsellino, dopo essersi laureato a soli 22 anni in Giurisprudenza, partecipa al concorso pubblico per diventare magistrato. Inizia la propria carriera sotto la guida di Rocco Chinnici. Nel 1980 ordina i primi arresti per mafia. Nello stesso anno, insieme a Falcone, Guarnotta e ai funzionari di polizia giudiziaria Cassarà e Montana, creano il pool antimafia con l’obiettivo di dare continuità e facile collegamento tra le varie inchieste dei giudici istruttori; una azione penale coordinata per fronteggiare il fenomeno mafioso nella sua interezza. Con quel pool nasceva anche la tecnica investigativa antimafia e come diceva Guarnotta: “si esplorava un mondo sconosciuto fino allora, in quella che sarà la vera essenza”. Nel 1982, quando sembrava che lo Stato latitasse nel contrasto a Cosa Nostra, avviene il sacrificio del Generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa; la reazione a questo avvenimento, promosse la nascita dell’articolo 416/bis del Codice Penale, il reato di associazione a delinquere con finalità mafiose. L’anno seguente la mattanza non si ferma: il 29 luglio viene assassinato Rocco Chinnici, il suo posto verrà occupato dal giudice Antonino Caponnetto. Il 1984 è l’anno della svolta e dei colpi più importanti che lo Stato compie nei confronti di Cosa Nostra e soprattutto vengono alla luce gli accordi e le amicizie della politica italiana con la mafia: viene arrestato Vito Ciancimino, sindaco di Palermo. Il 1987 è l’anno del maxiprocesso, la tecnica investigativa antimafia produce i primi frutti: 19 ergastoli e 2665 anni di pena, inflitti a persone appartenenti alla mafia siciliana. Il 1988 doveva essere l’anno dell’elezione, da parte del CSM, di Giovanni Falcone come Procuratore Capo di Palermo, al posto di Antonino Caponnetto, ma, la decisione dell’organo di autogoverno della magistratura, ripiegò verso Antonino Meli. Nel frattempo dal 1986 al dicembre 1991 Paolo Borsellino è Procuratore della Repubblica a Marsala. Torna a Palermo nel 1992 come Procuratore Aggiunto, insieme al giovane sostituto procuratore Antonino Ingroia. Terminata l’estate del 1991, i PM di Palermo colpiscono ancora la cupola mafiosa di Castelvetrano, che nel frattempo aveva già decretato la morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. “Siamo cadaveri che camminano”, questa frase venne ripetuta molte volte dai due eroi dell’antimafia, ma, nonostante tutto, la loro lotta all’antistato continuò. Arriviamo al 19 luglio 1992, in Via D’Amelio a Palermo, viveva la mamma di Paolo Borsellino. L’ordine impartito dalla Procura era che per quel giorno in quella strada non doveva sostare alcuna macchina. Ancora oggi non si sa bene chi ha fatto perdere quell’ordine oppure non l’ha fatto rispettare. Nel 1992 stavano, in realtà, venendo a galla LE verità che avrebbero creato un terremoto politico-istituzionale dell’intero Paese. Alle 16.58 di quel 19 luglio tutti quanti assaggiammo il gusto amaro del dolore, del sangue e della morte, di un giudice e di un’Italia che continuava a morire.

Molti oggi affermano che il sacrificio di Falcone e Borsellino sia stato necessario per far venire alla luce della verità molte scomode realtà. La sfida di oggi dell’antimafia del sociale e della cultura è quella di non far cadere nel ritualismo dei ricordi e delle celebrazioni il prodotto delle indagini di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone. La lotta di oggi è che sia resa giustizia a Paolo Borsellino anche attraverso il ritrovamento della sua agenda rossa e la pubblicazione del contenuto, nel quale venivano annotati ogni pensiero ed azioni giornaliere.

“Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!», scriveva Marco nel proprio Vangelo. Il sacrificio di Paolo Borsellino oggi noi lo dobbiamo tutelare, preservare e continuare, così, a sostenere la verità, che non conosce vincoli di nessuna natura e nessuna forma; solo in questo modo potremo vegliare e stare in allerta contro ogni tentativo dell’antistato di accattivarsi la giustizia, la politica e la società. Nessuno può arrogarsi il diritto di sentirsi estraneo o escluso da questa lotta; solo in questo modo potremo gridare che: “Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”.


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