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19.08.2014 - Redazione

Sarà rifiutata la richiesta d’estradizione per Mancuso Hoyos?

Tra il 1999 ed il 2006 il suo gruppo paramilitare uccise su scala industriale nella regione colombiana di Catatumbo da dove proviene il parroco di Roverino Don Rito Alvarez

Sono molto alte le possibilità che nei prossimi giorni i giudici del Collegio della Corte d’Appello di Genova rigettino l’istanza d’estradizione preannunciata dalla Colombia nei confronti del quarantanovenne narcotrafficante Domenico Antonio Mancuso Hoyos arrestato, su mandato dell’Interpol, dal Gico della Guardia di Finanza dieci giorni fa ad Imperia. Ad esserne fermamente convinti i suoi difensori Andrea Costa ed Ennio Pischedda del foro del capoluogo ligure. Mancuso Hoyos, tra l’altro, già alla prima udienza si è opposto alla richiesta colombiana giacché è un cittadino italiano, e solamente per tale motivo il Comune di Imperia gli rilasciò una carta d’identità italiana valida per l’espatrio, residente da un paio d’anni nel capoluogo di provincia dell’estremo Ponente ligure, nel quartiere di Castelvecchio, in una distinta palazzina di recente costruzione. Qui è stato arrestato dalle “ Fiamme gialle”. Stante la sua qualità di cittadino italiano e dell’Unione europea, ed in mancanza di un apposito trattato bilaterale tra Roma e Bogotà in materia, sarebbe, quindi, necessario applicare le norme comuni che impediscono l’estradizione di un cittadino italiano verso una Nazione extra- comunitaria quale la Colombia è. Mancuso Hoyos è un nostro connazionale per ragioni di sangue: è infatti figlio di un siciliano mentre la mamma è colombiana. Pare che l’appartamento di Imperia sia stato messo nella di lui disponibilità da un facoltoso imprenditore italiano con affari nel Paese sudamericano. Mancuso Hoyos, vero e proprio “ uomo di panza” dalle maniere apparentemente educate, è pure istruito essendo in possesso del diploma di laurea. Ad Imperia è riuscito a passare per un biennio inosservato ed anzi si è fatto pure ben volere dal parroco del rione ove abitava, don Giorgio Marchesini, giacché si era messo completamente, per dare una mano nelle processioni e nelle funzioni, a disposizione della Parrocchia ove peraltro con assiduità seguiva la Santa Messa. In Colombia, invece, Domenico Antonio Mancuso Hoyos  era considerato un vero e  proprio “ macellaio”: facente parte di un gruppo paramilitare di estrema destra, l’Auc, tra il 1999 ed il 2006 partecipò alla guerra civile che in quella Nazione si sviluppò tra i reazionari, al governo, ed i rivoluzionari delle Farc. Uccise certamente centotrenta persone, perlopiù poveri contadini che non potevano pagargli il pizzo richiesto. Per autofinanziarsi i guerriglieri paramilitari fascisti dell’Auc, una volta venuti a mancare i dollari nel passato generosamente concessi dal presidente statunitense Ronald Regan, trafficarono in larga scala con la cocaina che veniva raffinata in loco. Nell’ambito di tale attività criminale Mancuso Hoyos, ed il cugino Salvatore Mancuso, forse facendo leva sulla comune origine italiana, entrarono in affari con la ‘ndrangheta calabrese da dieci anni unanimemente riconosciuta come la più potente organizzazione mafiosa a livello planetario. Anche una volta riparato in Riviera, Mancuso Hoyos non cessò di coltivare i propri rapporti con i calabresi molto presenti in zona, specialmente al confine franco- italiano di Ventimiglia. Non si sa ancora con esattezza a quale scopo. Proprio a Ventimiglia esercita il proprio ministero un altro parroco, Don Rito Alvarez, titolare della chiesa di Roverino: se ad Imperia don Giorgio Marchesini si è professato sorpreso dalla doppia faccia del narcotrafficante “ dei due mondi”, don Rito, invece, lo conosceva molto bene. Operante con la sua banda nella regione colombiana di Catatumbo, la medesima di cui è originario il sacerdote, fu qua che trucidò gran parte delle sue vittime. Tra di esse proprio il cugino di Don Rito che, a voce alta, di fronte a tutto il suo villaggio si rifiutò di pagare il pizzo all’Auc anche perché in condizioni economiche non floride. Fu esecutato immediatamente in loco, così tanto per intimidire i suoi compaesani e fornire loro una lezione qualora qualcun altro non avesse voluto pagare. Ora se da Bogotà non giungessero in tempo gli atti del processo colombiano a carico di Mancuso  Hoyos ecco che al danno subito, per Don Rito e per gli altri familiari dei caduti colombiani ma anche per le giustizie dei due Paesi, si aggiungerebbe la beffa: i magistrati della Corte d’Appello, competenti a decidere sull’eventuale richiesta di estradizione, potrebbero essere costretti a rilasciare Mancuso Hoyos. In caso contrario, invece, pur se venisse rigettata la richiesta d’estradizione data la nazionalità dell’imputato, codice di procedura penale alla mano, l’Italia dovrebbe, per i medesimi fatti, riprocessare l’uomo fermato ad Imperia con la concreta possibilità che gli venga comminato l’ergastolo.                      

Sergio Bagnoli 


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