domenica 16 dicembre 2018
02.12.2014 - Mario Acampa

Il Supponente a Londra: "da grande voglio essere Antonio Caprarica, Mille modi per NON imparare l'inglese a Londra"

Il nostro "supponente" è inviato speciale da Londra per Ponenteoggi....Non perdetevi la sua penna graffiante e coinvolgente....

Che razza di rubrica di lifestyle sarebbe se non firmassi un articolo da Londra. Ed infatti da Londra sto scrivendo e la cosa mi fa sentire così tanto Antonio Caprarica che mi vien voglia di mettere una cravatta rosa a quadretti su una camicia a pois verdi. Ma penso che mi tratterrò.

Londra e' così, e' la capitale dei lifestyle al plurale, perché non c'è un solo modo di vivere, ma tutti fanno un po come gli pare. Il tartan e' l'esempio eclatante di questa cultura. Colori diversi, rivisitazioni costanti, eppure sempre con un rassicurante e regale quadrettato che segue linee variopinte, ma geometricamente perpendicolari. Se non avete capito rileggete la frase altrimenti non vado avanti.

Io ho deciso di partire proprio col mio cappottino inglese in tartan destando smarrimento tra i viaggiatori del mio aereo. "Sorrrry Sorrrry" ad ogni lieve urto distratto e sguardi italico-dubbiosi sui miei lineamenti ebraici con tanto di imbarazzanti e maccheronici "it - is - my - first... France' come si dice volo?! - aereo!- a - e - r- e- o". E cosa potevo fare se non annuire all'inglese? Nulla. E così ho fatto. Direte voi, come si annuisce all'inglese? Bah, facile. Si contraggono gli estremi della bocca serrata e si dilatano le narici corrucciando la fronte quasi a dire "stamattina nel porridge c'era una merda, dio salvi la regina". Ebbene io sono qui per lavoro, ma la scusa numero uno per andare a Londra e' "almeno imparo la lingua". Sicuri? Partiamo dal principio.

Il volo per Londra, si è rivelato soffusamente italiano quando l'assistente di volo, che a occhio e croce dall'accento era di Liverpool sud...quasi periferia di Posillipo (le mie origini napoletane mi hanno dotato di un radar infallibile) ha detto al microfono "signori e signore questo e' un volo italiano. Ho fatto una scommessa con la mia collega del volo precedente. Chi vende meno gratta e vinci paga la cena. Vi prego comprateli". Bom. Ho cercato per qualche minuto il pulsante per prenotare la fermata, ma guardando sotto ero pressappoco sulle Alpi e non avevo neanche un passamontagna, dunque ho preferito attendere l'arrivo a Londra e scuotere nel frattempo il capo con disappunto. Per un paio d'ore ho pure pensato di esagerare, e poi all'arrivo e' partito uno scrosciante applauso e ho capito che non c'erano dubbi. Il mio era un volo italiano. Che poi secondo me questa tradizione avvilente nacque in modo ingenuo. Siamo una terra di viaggiatori, no? Che ne so, magari Colombo arrivato in America si guardò intorno e unì le mani sonoramente dicendo: "e adesso dove minchia sono?!" e tutti a bordo guardandolo hanno interpretato il gesto come un simbolo di reverenziale ringraziamento al cielo. Vai a sapere... E secondo me sia l'applauso che il pessimo senso dell'orientamento l'abbiamo ereditato da Cristoforo. Da qui la mia idea di un navigatore per auto sincero. Uno che non ti cambia la strada ogni volta che decidi di fare di testa tua. Uno che quando lo silenzi a un certo punto si riattiva e ti dice quello che pensa. Uno che al terzo ricalcolo del percorso ci dica spassionatamente "Vabbè senti, vai un po' dove cacchio ti pare. Cosa perdi a fare il tempo a impostarmi se non mi guardi!".

Appena arrivato nella casa londinese ho deciso quindi come prima cosa di andare in palestra, convinto che qualche serie di addominali avrebbero contribuito alla migliore riuscita dell'imminente  servizio fotografico che avrei affrontato. E non avendo sufficiente batteria mi sono perso. Grandioso. La prima fanciulla che ho incrociato ero sicuro mi avrebbe salvato. Le ho chiesto in un inglese piuttosto fluente quale fosse la strada migliore per arrivare alla meta dandole tutte le informazioni che avevo. La risposta e' stata "wait...wait...Let me think..."seguito da un sommesso "allora..". A quel punto le ho chiesto se fosse italiana e lei dopo un sospiro di sollievo ha continuato la spiegazione in italiano, fornendomi indicazioni che si sarebbero rivelate Colombianamente erronee molto presto. Ciao bella.

Ma qui non si scopre l'America, però un po' la si trova. Anche in Inghilterra... Qui a Londra la gente è abituata in modo diverso. Qui i pagamenti li fanno subito. Quelli  a 30-60 giorni non esistono. Dai noi in Italia (quando lo fanno) pagano a 90. E non parlo di giorni. Qui di certo la vita costa molto, ma si lavora in proporzione. Qui i giovani sono il futuro e vengono sostenuti persino nel loro dinamismo lavorativo, ma soprattutto qui hanno Starbucks, anche se io vado solo da Paul perché andare in una caffetteria francese in una via londinese bevendo caffè americano con una crema pasticcera italiana non è solo schizofrenico, ma soprattutto chic. 10 minuti per farmi dire nel dettaglio gli ingredienti di ogni singola torta per poi optare per la scelta iniziale: crostata di frutta. E lì, in quel momento, tra una fetta di cheese cake e le tazze di the, un soave e leggere "eccheccazzo finalmente" si e' levato dalle dolci labbra di Antonella, la cameriera. E che fai? Le dici che sei italiano e la fai morire di vergogna? No...non glielo dico. Le rispondo semplicemente "grazie tesoro". Chissà come mai la panna e' diventata extra e la cortesia di casa., che manco Bruno Vespa quando intervista la Marini e' così svenevole. 

Ma il punto non è questo. La giovane Antonella, Elisa la bambinaia, la tizia senza senso dell'orientamento a Clapham che non sapeva di vivere sopra una dannata e enorme palestra (ma sei cieca?!)...beh, sono tutti italiani! E ovviamente non sono gli unici! Siamo in tantissimi qui a Londra. Tutti col sogno di trovare un lavoro che tendenzialmente si trova ed è sufficiente per vivere dignitosamente. È questo e' un ottimo motivo per venire a London. Ma non per imparare l'inglese o almeno non come Hugh Grant o come un protagonista di Downton Abbey. Al massimo come Renzi. E Bob is your uncle. Cioè fatevelo bastare. Perché come dicono gli insegnanti di inglese ai principianti, l'inglese e' la lingua della comunicazione, basta capire un po' e farsi capire, il resto e' un plus. Ciò che si impara lontani da casa in una città come questa e' "saper vivere e convivere con altre culture". Resta un dubbio, amletico e' il caso di dirlo, per il tizio italiano a Vicoria Station: "la fermata London Liverpool e' a Londra o a Liverpool? Il treno porterà a Liverpool?". Avrei voluto dirgli in italiano "e domani cosa fai? Cerchi il Colosseo in via Roma a Torino?", ma poi ho pensato di annuire all'inglese e scendere alla prossima fermata. Meno male che questa volta ero in metro...

 

 

 

 


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