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17.04.2013 - Donatella Lauria

Attentato di Boston, la riflessione di chi ha corso una maratona 7 giorni prima

Una settimana fa, esattamente sette giorni prima dell’attentato alla Maratona di Boston, ho tagliato il traguardo di un’altra grande gara internazionale che ha richiamato 47 mila persone: la Maratona di Parigi. Tutti schierati al via come compagni di viaggio. Migliaia di vite, di anime, di sfide personali amichevoli e costruttive.

Le sensazioni che ho provato superando la linea di arrivo sono state uniche. Così come quelle di chi mi ha accompagnata. Fantastiche anche perché condivise con altri atleti che sono arrivati accanto a me, come se mi avessero tenuto per mano 42 km. Quel maledetto ordigno ieri è esploso in mezzo alle emozioni più belle e genuine di migliaia di  podisti arrivati al traguardo e dei loro cari che li hanno sostenuti e seguiti fino alla meta. Quella bomba ha distrutto vite e sogni “saltando” in un luogo dove si stavano realizzando i desideri di persone audaci, dove si stavano aprendo abbracci fraterni tra chi condivideva un'impresa e trasmetteva la propria gioia nelle “vene” dell’altro.

Quest’attentato ha scelto come bersaglio non solo i singoli individui ma soprattutto le loro gioie, le loro speranze, le loro emozioni.

Chi ha collocato quei giocattoli mortali non voleva colpire solo una nazione, ma la fratellanza di persone provenienti da tutto il mondo che hanno unito durante la corsa  le loro bandiere, così diverse e lontane, in nome dello sport, dell’amicizia, della solidarietà. Perchè tutto questo è una maratona.

Sono sicura che noi podisti ora sentiamo in maniera fortissima questo dolore. Ogni vittima poteva essere un nostro compagno di corsa o un suo familiare. Potevamo esserci noi a spegnere quel cronometro che avrebbe potuto segnare la fine dei sogni più belli che un atleta può fare quando alza le braccia al cielo.

 


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