martedì 13 novembre 2018
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25.10.2018 - Anna Maria Roncoroni

Dislessia e affini: ancora tanta strada da percorrere. La parola all'esperta

La psicologa Anna Maria Roncoroni, esperta a livello nazionale in plusdotazione, Dsa e problemi di attenzione, propone un'attenta analisi sociologica a 8 anni dalla Legge 170 sui DSA.

Vi è ancora tanta strada da fare per far comprendere non solo ai nostri giovani ma alla società intera che l’omologazione produce ignoranza, che a sua volta non sviluppa il pensiero autonomo e non lascia la possibilità di esprimere sino in fondo ciò che siamo. Senza paura di apparire “diversi” perché essendo ognuno un essere unico, la diversità scompare e si annulla.


Sono passati ormai 8 anni (e 16 giorni) dall’approvazione della Legge che conosce e tutela gli studenti con DSA (dislessici, disortografici, disgrafici e discalculici) ma rimangono ancora molti dubbi. Non sulla Legge in sé, che è una pietra miliare nell’ambito del nostro Sistema scolastico ma sulla sua reale ed effettiva applicabilità.

Secondo uno studio pubblicato sul sito del Miur e curato dall’Ufficio statistica e studi, nell’anno scolastico 2016/2017 in Italia si contano ben 254.614 studenti con certificazione  DSA nei diversi ordini di scuola e la Liguria vanta in primato di Regione con la maggior percentuale: ben il 4.9% degli studenti sono certificati.

 

La scuola ormai si è mossa e si è formata su questo tema che, soprattutto per chi ha la dislessia (circa il 42.9% sul totale dei DSA). può creare più o meno gravi problemi durante il percorso scolastico. Quasi ovunque, vengono applicate le misure previste dalla Legge e quindi tutto sembra funzionare come dovrebbe.

Ma così non è. La prima questione da analizzare riguarda la scuola, che è formata tecnicamente ma non sempre tiene conto delle differenze individuali, applicando modelli standard che però non vanno bene per tutti e non tengono conto dell’aspetto più importante: il destinatario. Da qui nasce il vero problema, che non viene quasi mai evidenziato: il punto di vista dello studente.

La nostra scuola è omologante, spesso piatta e ritiene che la Giustizia sia dare a tutti la stessa cosa. La diversità, qualunque essa sia, è vista come un minus, una mancanza ed ha spesso una connotazione negativa perché esce dagli schemi e non ci permette di comprendere che ognuno ha bisogni diversi e la Giustizia della scuola risiede proprio nella capacità di dare asp ognuno ciò di cui ha bisogno.

Luca (nome di fantasia) è disgrafico, una delle quattro forme di DSA più semplici da risolvere. Dovrebbe quindi avere un pc a scuola per scrivere ma non lo vuole. Gli altri lo guarderebbero come un “diverso”, pensa lui e quindi a volte lo usa altre volte no. La scuola glielo permetterebbe ma lui vuole essere “come gli altri”, come se “gli altri” potranno mai essere come lui, essendo portatori ognuno di una loro intrinseca,“diversità”.

Molti genitori lottano contro questi pre-concetti e non riescono a far passare, malgrado i molti sforzi, l’idea che tutto questo non ha alcuna importanza. Luca non è disgrafico ma ha la disgrafia. La sua essenza è altro, la disgrafia è solo un “accidente” che gli è capitato. Così si complica la vita, per non parlare poi degli altri tipi di DSA, che possono essere molto più difficili da gestire.

In una società che ci vuole tutti sempre al massimo, apparentemente diversi ma che in realtà ci chiude dentro degli schemi prefissati, Luca si rifiuta di uscire da questi schemi.

E’ il punto di vista che va cambiato: l’unicità dell’individuo va preservata. Qualunque essa sia. Con i propri difetti ma anche con le nostre potenzialità. Se Einstein non si vergognava di avere la tavola pitagorica davanti a sé perché non ricordava le tabelline, perché Luca non dovrebbe usare il pc per scrivere ed essere così più rapido e dire tutto ciò che vorrebbe dire ma che scrivendo a mano non può fare?

 

 


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