lunedì 22 gennaio 2018
16.01.2015 - Sergio Pallanca

Pietre "ventimigliesi" che parlano: Santa Maria di Varaje

I monaci benedettini erano soliti frazionare i loro vasti possedimenti agricoli in appezzamenti più piccoli, in unità auto sufficienti, oggi diremmo aziende agricole, fattorie. Queste unità seguivano uno schema organizzativo ben preciso: al centro la sede dei monaci, un piccolo monastero con annessa cappella poi le abitazioni dei lavoranti che potevano essere o giornalieri o salariati mensilmente oppure anfiteuti, il terreno veniva concesso in uso, anfiteusi, a più famiglie che corrispondevano una somma in denaro o una percentuale dei raccolti ai monaci e godevano del resto del raccolto, questo contratto poteva passare di padre in figlio e ciò faceva sì che l’anfiteusi rendesse molto sia al convento che al contadino che sentiva la terra come propria. Queste fattorie venivano denominate “grangie”.

 I monaci di Lerino a San Michele possedevano una grande e ricca grangia che si estendeva grossomodo dalla confluenza del Bevera nel Roya a salire sino a Monte Pozzo e poi lungo il crinale della Colla giù sino in Vaudolino e poi a lambire la Grangia di Olivetta. Al centro di questa Grangia era il piccolo convento, dotato di una tozza torre di difesa con annessa una Cappella: Santa Maria di Varaje. La Grangia era molto ricca perché costeggiando il fiume e il torrente possedeva una grande fonte di energia: l’acqua che muoveva le pale e le macine di frantoi e mulini, inoltre era lungo una importante via di comunicazione, la strada che partendo dalla città, da Porta del Lago passava per la fonte Peglia, quindi Bevera poi appunto Santa Maria di Varaje e con pochi ripidi tornanti arrivava al Passo dello Strafurco per scendere dolcemente a San Clemente (Collabassa) da lì Avaudolino, Olivetta e infine la biforcazione o per Sospello o per Tenda. La Grangia era molto produttiva, in basso, vicino al fiume, ricche coltivazioni di ortaggi, frutta, frumento, più in alto le “bandite” zone disboscate adibite a pascolo per grossi e piccoli ruminanti poi i boschi che fornivano legname per i maestri d’ascia dell’arsenale di Ventimiglia o per la flotta di pescherecci ( i grossi tronchi venivano trasportati a valle utilizzando le piene del fiume) e legna da ardere per le fornaci di calce e mattoni. Intorno al XII-XIII secolo la Grangia di Santa Maria di Varaje raggiunse la sua massima attività e ricchezza: i monaci insegnavano a coltivare, a costruire terrazzamenti, muri a secco, a dissodare, a sfruttare i boschi e contemporaneamente a rimboschire risanando il sottobosco cespuglioso:,la massima dei monaci era:  “Non per i fratelli d’oggi: voi imparate per voi e per i vostri figli. La terra vi dà il cibo e Dio la concede a tutti”. Della Cappella resta ben poco, l’abside era volta a oriente, verso la Rocca di Sion in Gerusalemme, verso il Tempio, l’ingresso a occidente ad indicare il sorgere di altra Grangia, il costrutto è in pietra squadrata unita da grassa calce, all’interno due acquasantiere in monolite del XI secolo, di fianco si scorge la base quadrata della tozza cella campanaria sopraelevata nel XIX secolo in un incerto stile barocco. Dopo l’abbandono dei monaci la Cappella ha svolto funzioni per la gente della comarca, oggi completamente diruta, non è visitabile poiché in proprietà privata. La Cappella aveva anche altra funzione, trovandosi su una via importante, era adibita a dormitorio per i pellegrini e sicuro riparo per i proscritti dalle leggi ecclesiastiche e rifugiati politici, era sempre aperta e al suo interno una panca ad uso di giaciglio per la notte. Aggiungiamo che: “In due cartulari si legge che nell’anno 1200 Bertam De Berre, cataro sirventese, perseguitato della città di Albi (come eretico) si riparò sulla riva provenzale. Stretto dalla miseria per non essere accolto dai signori locali, si convertì al monachesimo e girovagando per Ventimiglia si mise a cantare la città, il porto, il fiume Roya. I monaci locali, dopo averlo accolto nella Grangia di Varaje, non riuscendo a frenare la volontà canora del frate occitano e per questo timorosi di essere inquisiti, si videro costretti a destinarlo a vivere sulla strada, a ridosso della Cappella. E colà, in una notte di freddo inverno, lo colse la morte”. Notizie tratte da: “Il fatto Seborga” di Don Nino Allaria Olivieri, già Archivista della Diocesi e eminente ed insigne storico.

 

Sergio Pallanca

 

 


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