sabato 19 settembre 2020
23.05.2014 - Sergio Pallanca

Tesori del Ponente: pietre che parlano, la fine dell'assedio

Sono molti giorni che siamo accampati sulla collina presso San Cristoforo, nostro punto privilegiato di osservazione, in basso gli assedianti proseguono nel loro alacre lavoro, dopo un inutile tentativo di espugnare la città  coordinando l’assalto dal mare con tre galee, veloci navi da guerra a remi, e altre navi minori e da terra, l’attacco avviene all’alba al segnale convenuto di squilli di tromba, tuttavia vediamo che i genovesi subiscono molte perdite: innumerevoli feriti e ben undici morti e, tuttavia, non riescono ad espugnare Ventimiglia. Il canale di circa due miglia nel frattempo è stato terminato ed ha deviato il corso del fiume prosciugando quasi il porto-canale,  i trabucchi presso le mura continuano a martellare la città con grossi massi e pece infuocata causando grandissimi danni alle case e agli edifici pubblici.

Infine per chiudere l’entrata del Roja il Podestà genovese Martinengo fa affondare un vascello, un copano, grossa nave da trasporto, riempito di sassi e di calcina e, avendo costruito un lungo muro presso la foce, tenta con l’uso di pontoni di serrare del tutto la foce utilizzando macchine portate dal porto di Genova.

Ormai in città restano solo vecchi cadenti, femmine e fanciulli. I ventimigliesi stremati, infine, si arrendono accettando le condizioni dei genovesi. Avranno salva la vita e le case ma Genova avrà suprema giurisdizione e dominio e al Martinengo spetterà la nomina del Podestà; a maggior onta i genovesi costruiranno due fortezze una sopra il ciglione sovrastante la città (ora Munte de Muneghe) e l’altra sul colle d’Appio.

Dopo l’accordo il podestà di Genova, Spino da Soresina prende possesso della città il giorno dell’Assunzione della Beata Vergine (15 Agosto 1222) e nomina Comandanti del forte della rocca i nobili Marino da Bolgaro e Guglielmo da Savignone al comando di cento uomini e del forte di Appio Ugolino Boccaccio e Ottone della Murta con altrettanti soldati.

Poi nomina il primo Podestà, Sorleone Pepe, già comandante delle truppe assedianti, e lo incarica di far abbattere le mura della città costruita dai genovesi stessi per l’assedio.

I genovesi decideranno in seguito di abbattere la antica cinta muraria, quella visibile attualmente è stata costruita nel XVI secolo proprio perché la città era divenuta completamente indifendibile e facilmente conquistabile. Dei due castelli genovesi restano poche rovine sul Munte de Muneghe ora visibili e visitabili e Castel d’Appio è divenuto proprietà privata.

Le notizie da noi riportate sono tratte dalla “Storia della Città di Ventimiglia” di Girolamo Rossi,1886.

Dopo aver visto tanto coraggio e perseveranza e abnegazione dei ventimigliesi ci chiediamo dove attinsero tanta forza? Nella credenza che avevano di doverla adoperare a difesa del diritto!

Sergio Pallanca

 


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