sabato 11 luglio 2020
19.05.2014 - Sergio Pallanca

Tesori del Ponente: pietre che parlano, l'Assedio

Se usiamo un poco la fantasia e ritorniamo indietro nel tempo di circa otto secoli, nell’anno 1222, e immaginiamo di trovarci in un certo punto, per esempio la zona ora di San Giacomo allora di San Cristoforo, osserviamo ciò che sta davanti a noi: a ponente possiamo vedere una grande città adagiata sul fianco di una bassa collina, la città è cinta da potenti mura, alla sommità della collina, sul punto più alto un grande e maestoso palazzo, dimora dei Conti, domina la piazza sottostante su cui si affaccia una magnifica chiesa lucente sotto il sole, la Cattedrale il cui campanile, tozzo e squadrato è al suo esterno, sul fianco sinistro, prossimo al grande battistero. Ma se aguzziamo la vista con orrore notiamo che il tetto della grande chiesa è parzialmente crollato e grossi travi anneriti dal fuoco sbucano dalle ampie voragini aperte da forze oscure. Tutto intorno grandi case in pietra, più in basso, verso il fiume, una vasta distesa di casupole in legno, a nord, fuori le mura, una bella chiesa dal turrito campanile e un grande convento. Ai piedi della collina scorre ampio il fiume. Osservando meglio non si nota il solito brulicare di vita di una ricca città di confine, tutto è immoto e il cielo è oscurato da dense nubi di fumo, anche dal nostro punto di osservazione si sente un acre odore di pece bruciata. In mare tre galee e altri legni minori sono alla fonda a guardia della città e nel porto canale della città non transitano barche, una snella saetta e poche barche semi-affondate sono ancorate al molo, sulle mura di cinta vessilli e bandiere strappati sono sventolati da uomini in armi, alle feritoie brillano i ferri delle balestre e le punte delle lance colpiti dai raggi del sole. Spostando lo sguardo a levante sulla riva sinistra del fiume il terreno paludoso è percorso da soldati a piedi e a cavallo che rivolgono grida, insulti e minacce ai soldati sul lato opposto. Più  verso monte ferve una grande attività: decine di uomini stanno scavando un canale, vogliono forse deviare il corso del fiume? Lo sguardo torna ora a valle, a mezzo di miglio dal fiume c’è una piazzaforte, molte tende e baracche e, orribili a vedersi, potenti macchine da guerra: quattro enormi strutture in legno e ferro protendono i loro bracci verso la città. Sopraggiunge ora un solitario viandante, proviene da ovest dalla contea di Provenza ed ha percorso l’antica via detta Eraclea in ricordo del passaggio del semidio. Il viandante si avvicina e ci spiega che la città è da lungo tempo sotto assedio per mare da una flotta guidata da Lanfranco De Mari e per terra, i Genovesi hanno costruito una potente roccaforte con due castelli cinta da mura, un poco più a valle, sul crinale della stessa collina dove ci troviamo, il viandante aggiunge con un sorriso sardonico, che non sa se per impedire la fuga degli assediati o se per difendersi dalla loro furia guerresca. Nella piana un altro campo armato cinto da mura e con duemila armati comandati da Sorleone Pepe. Il comandante dell’intera guarnigione genovese è il Podestà genovese Lottaringo di Martinengo. Le potenti macchine d’assedio sono costruite per gettar massi e pece infuocata all’interno della città superando le difese naturali del fiume e le mura di cinta. Le macchine da lancio, i trabucchi, sono enormi, costruiti con legni di rovere, noce e pino: un’alta torre sorregge un lungo braccio incernierato alle cui estremità  pende da un lato la fionda e dall’altro un grande cassone riempito con pietrisco. Il cassone è incernierato e ruota al momento del getto, il trabucco è una macchina moderna, molto potente e precisa, i massi gettati dalla fionda distruggono tutto all’interno della città, la pece infuocata contenuta in giare quando colpisce il bersaglio incendia e, specie di notte, crea un effetto terrorizzante sugli assediati. La gettata dei trabucchi è lunga quindi gli assedianti sono al riparo dai tiri delle balestre e degli archi dei poveri intemelii che ora sono ridotti a poche centinaia di uomini, donne e bambini stremati da un assedio che si protrae da lungo tempo ma che, indomiti, ancora non accettano la resa.

p.s. chi volesse vedere un trabucco dal vero si deve recare nella città scolpita nella roccia: Les Baux nella vicina Provenza

Sergio Pallanca

 


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